Biografia

Chen Li selfportrait






Chen Li nasce in Cina nella provincia dello Zhejiang nel 1972.
 Nel 1998 si laurea al Politecnico di Torino in Tecniche e Arti della stampa con una tesi sulla calligrafia nel graphic design; 110/110.
 Chen Li è un’artista contemporanea che lavora con il segno e con la parola.
Ha studiato calligrafia formale per con maestri calligrafi internazionali dal 1994 al 2005 e incisione calcografica nel 2003 a Urbino e all’Accademia Albertina di Torino.
 
Determinanti per la sua formazione umana e artistica numerose residenze artistiche internazionali in Olanda, Finlandia, Stati Uniti, Germania, Francia, Romania., Italia. Ha esposto in numerose occasioni il suo lavoro sia in Italia (2018 e 2017 Fondazione Prada, 2015 La fabbrica del vapore, Milano; 2010 Triennale Bovisa, Milano, 2015, Immagina arte fiera, Reggio Emilia), sia all’estero, in Francia nel 2016, 2015 e 2014, in Olanda 2009, 2010, 2011; negli Stati Uniti, Boston nel 2009; in Germania nel 2011, 2012, 2013; in Finlandia nel 2010.

 Nel 2017 e nel 2018 è invitata dalla Fondazione Prada a progettare un ciclo di laboratori sul segno (2017) e sulla scrittura-immagine (2018) per l’Accademia dei bambini. Questi progetti rappresentano tutta l’esperienza pluri ventennale di Chen Li nella sperimentazione con il segno e l’approccio alla scrittura e al suo insegnamento sia ad adulti, sia a bambini.
 Chen Li è anche autrice dei titoli di testa del film premio Oscar “Call me by your name” di Luca Guadagnino.
 
Chen Li vive e lavora a Torino e Milano come artista, grafica e calligrafa. 

La ricerca artistica di Chen Li

La ricerca artistica di Chen Li comincia con lo studio della calligrafia per circa un ventennio dal 1994 al 2005, dove calligrafia per Chen Li significa studio degli stili storici e conoscenza degli alfabeti di tutto il mondo. Approfondisce lo studio degli stili formali occidentali, della storia della scrittura, specialmente della scrittura cinese. Suo interesse principale diventa il segno, come microcosmo, base di partenza per ogni lavoro artistico. Il segno stesso diventa il marchio di Chen Li e elemento ricorrente della sua ricerca. Dopo circa 10 anni di studio e lavoro, Chen Li raggiunge un suo stile personale e così allarga le sue sperimentazioni dove la calligrafia occidentale ha lo stesso approccio della calligrafia orientale: bellezza formale che diventa tutt'uno con il significante, con particolare riguardo a una visione contemporanea. 
Grazie alla sua esperienza di grafica calligrafa e artista Chen Li si specializza nella creazione di loghi e immagine coordinata nonché scritte calligrafiche per la pubblicità e per packaging con uno stile molto personale. 

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005
Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005
Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Nel 2006 Chen Li decide di dedicarsi professionalmente all'arte contemporanea portando avanti progetti di respiro museale e internazionale. Nascono così le serie "Happiness", "Donne", "Ritratti", "Roots", "Get out of my mind, get out of this room". Nei progetti di arte di Chen Li la parola diventa l'idea e il concetto di partenza e a volte mezzo, tradizionale e/o tecnologico per raccontare il nostro tempo. Dunque le due anime di Chen Li, artista contemporanea e calligrafa si alimentano l'un l'altra rimanendo nei loro rispettivi ambiti. Attraverso viaggi e incontri con artisti e personalità di molteplici campi lavorativi, fashion, industria, advertising, Chen Li trova mezzi espressivi sempre nuovi in pieghe di territori "mainstream".

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005
Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005
Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Come ho iniziato a fare calligrafia?

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Ho iniziato nel 1994 grazie a una serata di diapositive al Centre Culturel Français organizzato da Piero De Macchi presidente della neonata Associazione dal Segno alla Scrittura di Torino.

Rimasi molto colpita dal lavoro di Jean Larcher. Quel giorno capii che la calligrafia era la mia vera vocazione.

Mi sono iscritta poi al Politecnico a un corso di laurea triennale perché volevo lavorare nel campo della progettazione grafica e della stampa. Durante gli anni universitari (1994-1998) sono diventata membro attivo dell’associazione Dal Segno alla Scrittura e sua sostenitrice sia come allieva, sia nel consiglio direttivo, sia come insegnante. Ho avuto modo di incontrare e imparare da Ricardo Rousselot, Jean Larcher, Kitty Sabatier, Piero De Macchi, Jovica Veliovic, Giovanni De Faccio, Anna Ronchi, Monica Dengo, Denise Lach. Ero anche iscritta a molte associazioni calligrafiche in tutto il mondo. Per prepararmi ho studiato in molte biblioteche soprattutto a Torino e Milano e ho studiato il lavoro dei grandi maestri del passato e del presente e la storia della scrittura.

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Finalmente le scritture e la loro evoluzione trovavano una loro collocazione temporale nel mio schema mentale. Ho frequentato in quegli anni anche i corsi dell’ACI di Milano dove ho conosciuto Brody Neuenschwander e Jovica Veliovic.
Invitai a Torino il bravissimo Giovanni De Faccio, Julien Chazal, Laurent Rébéna, Laurent Pflughaupt e altri calligrafi francesi che stimo per il loro percorso di grande qualità.

Mi sono laureata con una tesi su “La calligrafia occidentale nella progettazione grafica”. Già nel 1998 sapevo che il segno e la traccia umana avrebbe avuto un ruolo fondamentale insieme alla computer grafica sia culturalmente sia visivamente.

Dal 1995 al 2003 mi sono dedicata quasi esclusivamente alla calligrafia.

CALLIGRAFIA E SOCIALE

Nel 1997 Tea Taramino mi invitò a “L’ho dipinto con” dove lavorai con Marco Nidi, artista con disabilità. Questo incontro mi rese molto più forte come persona e artista. Devo molto a Marco e al suo talento e ai suoi capricci.

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

MOSTRA DI CALLIGRAFIA

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Nel 1998 è la mia prima mostra alla Galleria della Libreria Fontana a Torino, perché amo i libri e la Libreria Fontana era un paradiso dei lettori. Mostre di arte calligrafica ne avevo viste a Parigi e a loro mi sono ispirata. Quella mostra mi portò tantissimo successo. Ringrazio Gianfranco Fontana e Giusi per aver creduto in me.
Dopo ci furono tante altre mostre e ringrazio tutti per avermi invitato e apprezzato.

ARTE e CALLIGRAFIA

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Nel 2003 fui invitata alla mia prima residenza d’artista a Verbania da Marisa Cortese. L’incontro con 50 artisti internazionali mi ha cambiato la vita. Tutto fremeva di energia e di pazzia e così ho fatto parlare la calligrafia con l’arte. (2003-2006)

ARTE

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Nel 2006 UniCredit acquistò 3 opere mie e Walter Guadagnini, allora curatore della collezione di arte contemporanea di UniCredit e direttore della GAM di Modena, mi scrisse una critica che diede una svolta al mio lavoro. Decisi di impegnare molto più tempo a progetti di arte contemporanea. Il mio lavoro ufficiale dal 2000 è di art director e di calligrafa freelance in agenzie di pubblicità. Devo molto alla professionalità imparata in agenzia perché sento che oltre alla creatività occorre la disciplina.

RESIDENZE INTERNAZIONALI D’ARTISTA

Le residenze d’artista in Olanda (2008-2009), Finlandia (2010), Germania (2011-2014), Francia 2014), Romania (2014) e Italia (2003-2004-2005-2010-2015-2016) mi hanno dato l’occasione per sviluppare le mie idee. Ho scelto questa direzione e la mia calligrafia tra gli altri progetti è riuscita a entrare nel nostro tempo, a vivere, non essere solo modello del passato.
Ecco le residenze dove sono stata ospite:
Verbania 2003 a cura di Marisa Cortese
Verbania 2004 a cura di Marisa Cortese
Verbania 2005 a cura di Marisa Cortese
Delft, Olanda 2008 a cura di WAD foundation
Essen, Germania 2011, a cura di European Artists
Aitoo, Finlandia 2010, a cura di Pirjo Heino e Moona Metsoila
Scampia, Napoli, Italia 2010, a cura di Antonella Prota Giurleo
Crid’ar Gallery, Roujan, Francia,2014, a cura di Tone White and Jessie J. Jones
Ardud, Romania, 2014 a cura di Dorothea Fleiss
Vichy, Francia, 2015 a cura di Delphine Manet
Orta, Italia, 2015 a cura di Vittorio Tonon
Orta, Italia, 2016 a cura di Vittorio Tonon

PRATICHE ARTISTICHE

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Tutto bene finché nel 2008 incontrai Cesare Pietroiusti e seguii il suo laboratorio “abolizione delle autocensure nelle pratiche artistiche”. Ecco l’arte contemporanea immateriale. Ho cominciato a progettare il mio lavoro in un modo nuovo, a vederlo con occhi diversi. Sono tornata al segno.

INSEGNAMENTO DELLA CALLIGRAFIA

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Mentre lavoravo nella progettazione grafica e nella sperimentazione calligrafica e artistica, ho continuato la mia attività di insegnante nella mia associazione a Torino e in luoghi pubblici: biblioteche, scuole superiori, scuole primarie, scuole secondarie e anche allo IED Torino.
Un importante progetto fu anche organizzato da Elena Privitera della galleria En Plein Air a Baudenasca con le scuole del pinerolese.

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Nel 2016-2017 sono invitata a tenere un ciclo di laboratori sul segno ai bambini all’Accademia dei bambini della Fondazione Prada, progetto della dott.ssa Giannetta Ottilia Latis. E nuovamente nel 2017 per il 2018 un altro ciclo di laboratori sulla scrittura-immagine. Grazie alla mia esperienza sia nell’insegnamento sia come artista il progetto è stato un successo personale e di nuovo l’arte ha fatto un passo avanti.

PERSONE

Non sarei arrivata ai miei risultati senza i miei maestri che hanno saputo vedere in me il talento. Ricardo Rousselot, Jean Larcher, Kitty Sabatier, Piero De Macchi, Jovica Veliovic, Giovanni De Faccio, Anna Ronchi, Monica Dengo, Denise Lach, Brody Neuenschwander, Kathy Frate, Luigi Cesare Maletto, Bruno Riboulot.

Nel 1999 ho incontrato a Propières (Beaujolais, nel sud della Francia) un gruppo di calligrafi professionisti provenienti da tutta la Francia, dal Belgio e dalla Svizzera. Ho avuto così modo in queste brevi residenze di confrontarmi con altri maestri e professionisti della lettera. Ho imparato insieme al gruppo di Propières – ribattezzato poi Doigts Noirs – un metodo che non ho più abbandonato, io lo chiamo il metodo francese. Studio, impegno, cercare la propria strada con onestà intellettuale ed etica. A Propières sono nate le prime opere che considero di un certo valore.

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Un ringraziamento speciale va al pittore Tino Aime, che ha saputo subito cogliere e mi ha chiesto molti titoli per le sue mostre e per i suoi cataloghi di arte. Da Tino ho imparato ad apprezzare il lavoro dei colleghi e a collezionarli. Uno spirito libero. Lo incontrai grazie a un calendario della Provincia di Torino impaginato dal bravissimo grafico Luigi Cesare Maletto, grande estimatore della calligrafia, che mi chiese di scrivere i nomi dei mesi.

CLIENTI: ho lavorato per

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005
Fiat

Famiglia Agnelli
Emilio Pucci SpA
Moschino
Aeffe
Philosophy
Cédric Charlier
Philippe Plein
Prada
Luca Guadagnino
Fornasetti
Roberto Cavalli
Giorgio Armani
North Sail
Pantaloni Torino
Agenzie di pubblicità
Studi grafici
Fotografi
Legatori
Ezio Gribaudo
Tino Aime
Zhisong
La Repubblica
Lavazza SpA
Grey Goose
Heineken
Audi
Vergnano
Privati cittadini
Biblioteche Civiche Torinesi

TESTI CRITICI

La grande tradizione della scrittura orientale trova in Chen Li un'interprete contemporanea di grande spessore, capace di porre in relazione parola e immagine, sino a trasformare la prima in un puro segno, in estensione emotiva del gesto. Non a caso, Chen Li si ispira a tre grandi poeti della tradizione occidentale, serrando ulteriormente l'idea di dialogo, di confronto tra culture e modi espressivi differenti che trovano nell'espressione artistica il loro naturale luogo di apparizione. Nelle carte di Chen Li la sapienza tecnica, il controllo del gesto e dello spazio vanno di pari passo con la volontà di comunicazione, con un'urgenza espressiva che è testimoniata dal perdersi delle singole parole, delle singole lettere in una musicalità cromatica che le trasforma in note, in accenti del pensiero e del sentimento. Come nella celebre lirica di Leopardi, siamo di fronte a un naufragio “dolce”, e come negli splendidi versi di Borges l'arte si rivela per enigmi, coinvolgendo lo spettatore in un gioco di infinito di rimandi e di suggestioni che si compongono in una finale armonia di forme e cromie. 

Walter Guadagnini 


Chen-Li
L’eleganza del gelsomino

 

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

L’arte come scrittura – binomio parallelo e inscindibile dal suo enunciato speculare, la scrittura come arte – non opera in territori ambigui, confusi o inesplorati, né aridi o sfiniti. Percorsi in effetti, pure se non affollati, da sentieri diretti e derivati dalle tradizioni della poesia figurata, dalle apparizioni periodiche dei calligrammi, dalle storiche figurazioni segnico-linguistiche di pittogrammi e ideogrammi ecc. E proficui ancora di innovazioni o perlomeno di trasformazioni metamorfiche. «La scrittura è un processo produttivo translinguistico che rappresenta contemporaneamente un ordine di realtà, il linguaggio, e una realtà, la sua materializzazione», (Matteo D’Ambrosio, Arte come scrittura, in “Undicesima Quadriennale di Roma”, Milano 1986).

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

La scrittura nasce infatti, nella sua realizzazione formale, dal segno pittorico, usato sia per la raffigurazione di un corpo reale, sia per la materializzazione visiva di un concetto mentale: l’idea, il pensiero, il mito. È pertanto il risultato di una metamorfosi, in un costante sviluppo di astrazione del segno nella semplificazione della sua forma pittorica. Giungendo fino ad una scrittura attiva in una duplice valenza: la produzione di un significato e la rappresentazione attraverso la sua iconicità di una espressione autonoma derivata dalla sua immagine: il grafema. Iconico, plastico, spaziale, indefinitamente variabile nella struttura. Indipendentemente da ciò che immutabile esprime con la comunicazione concettuale e fonetica.

 

Il percorso artistico di Chen Li si incentra sull’aspetto iconico del significante linguistico, la sua natura visiva, e riflette sulla possibilità della scrittura di «produrre non solo significati ed espressioni in proprio, fuori di ogni rappresentanza della lingua, ma di entrare in conflitto con essa», (Giovanni Pozzi, La parola dipinta, Milano 1981). L’analisi del suo lavoro consente infatti – parallelamente alla esperienza grafica e calligrafica che l’ha condotta prima di privilegiare l’aspetto artistico della scrittura (di figurazione, di astrazione e concettuale) – di percorrere le tappe di un segno da intendere come:

- scrigno di sapere

- enunciazione (e comunicazione esplicita) di un significato immutabile

- forma significante di un gesto

- mezzo di individuale espressione artistico-creativa

- comunicazione (possibilità implicita in relazione alla volontà del fruitore di intenderlo come tale) di un messaggio estetico

 

«Ho incontrato la calligrafia dopo i vent’anni, nel 1994 – dice Chen Li –, e ho capito subito che sarebbe stato quello, il mio destino. Ho cercato di imparare tutto quello che si poteva: stili storici, materiali, supporti, tecniche. Ho incontrato e frequentato i professionisti migliori, gli artisti contemporanei. Ho viaggiato in molti Paesi per raccogliere libri e materiali per questo studio infinito».

Ma è soprattutto una frase che chiarisce il perché principale della sua preparazione e della possibilità di riuscire a condurre a termine un viaggio che rappresenta un ideale: «Ho mescolato i modelli occidentali con gli insegnamenti e il ritmo dell’Oriente».

Se una lacuna sarebbe tuttavia potuta esserci nella sua preparazione, il contatto cioè con la cultura araba, in parte è stata colmata dall’incontro con Ricardo Rousselot, maestro argentino che da molti anni vive in Spagna, latore dell’arte (monca della rappresentazione realistica degli esseri animati) del mondo islamico, e della conseguente cultura della “decorazione” come arte. «Mi raccontò i suoi inizi presso grandi designer negli States: lui che amava la lettera così tanto si dedicò a disegnare logotipi, marchi, packaging dal gusto ricco e caldo. Il suo stile ricorda proprio la bella cultura spagnola con le decorazioni e gli svolazzi accentuati e rafforzati come mustacchi».

Ma il desiderio di esprimere emozioni proprie è diventato irrefrenabile: «Presto ho sentito la necessità di rendere il mio lavoro più attuale e mi sono avvicinata all’arte contemporanea. A questo periodo risalgono le grandi tele rosse. Il segno e la lettera diventano una rappresentazione scenica dove chi guarda diventa spettatore e spesso parte integrante del quadro».

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

 

Non può essere estraneo a questo passaggio la condivisione dell’assioma di Émile Benveniste: «Le caractère du langage est de procurer un substitut de l’expérience apte à être transmis sans fin dans le temps et l’espace» (“Communication animale et langage humain”, Revue Diogène, Paris 1952) che prevede e predispone l’accettazione nella comunicazione semantica di materiali semanticamente informi. Questi, nell’ultima fase della ricerca di Chen Li, diventano un aspetto fondante nella costruzione (materializzazione) della forma significante, di cui arrivano a presentarsi prima come parte integrante, ed infine a sopraffare, quando non a escludere l’esplicitazione grafica della significazione. Il rapporto scrittura-arte si altera quindi nella prevalenza del valore del significante che attraverso le sue qualità fisiche (materiali e plastiche) ed i suoi aspetti estetici condiziona e definisce aspetti noetici superando i significati convenzionali (comuni ed acquisiti) per crearne (inventarne privatamente) dei nuovi e fondamentalmente inediti. In un processo che parte dalla destrutturazione della scrittura per la ri/scoperta dei valori arcaici del segno, nel fascino del ritorno-recupero dei valori germinativi della comunicazione del pensiero, per arrivare all’assolutezza dell’iconismo.

 

Una lunga premessa, breve tuttavia se in rapporto ai quasi due decenni di carriera artistica di Chen Li, che sintetizza un periodo ricco di esperienze e che porta istintivamente a una prima considerazione: a chiederci perché.

Senza interferire, per carità, nelle autonome scelte di un’artista che a ragione rivendica a sé ogni decisione in nome della libertà dell’arte (e non sarebbe “artista” chi non agisse in questa direzione). « Il lavoro artistico (ma vale per ogni tipo di lavoro) è soggetto a una nostra autocensura. Per renderci più gradevoli, più vendibili, più giusti per il mercato. Talvolta ci nascondiamo dietro a uno stile precostituito che ci rende riconoscibili. Il sistema impone delle regole, le regole del nostro lavoro. L’autocensura diventa allora uno stile di vita. Ripensando al rapporto tra l’artista e la censura ho immaginato il ruolo dell’indipendenza» – dice ancora Chen Li –. «In un artista l’indipendenza è il presupposto necessario per qualunque opera o processo o progetto di opera. La censura o l’autocensura spesso impediscono l’indipendenza o la limitano, rendendola un ibrido».

Ricordando l’assunto di Pier Paolo Pasolini: «A un artista va lasciato il diritto all’errore almeno in quanto contraddizione o ipotesi precoce o ritardata. Egli non deve tacere nulla perché in un artista il peccato più grande è l’omissione».

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

 

Perché dunque la scelta della prevalenza della materia nella costruzione del significante?

La mostra all’Isola di San Rocco al Ponte delle Ripe di Mondovì, data la disposizione degli ambienti espositivi dislocati in tre sale sovrapposte, delinea un percorso dantesco, ad anelli, rinchiudibile in un hortus logico, un sistema spazio-temporale non frequente nel curricolo di un giovane artista che lo pone (così come chi guarda la mostra ed inconsciamente viene a conoscerlo attraverso l’opera) di fronte ad uno specchio, svelandone l’anima (come attraverso il discoprimento di un mosaico o di un puzzle dopo la sua composizione attraverso l’accostamento di un numero indefinito di tessere ognuna cifrata con un solo – univoco-incompleto-parziale-insufficiente – messaggio). Così come l’insieme delle molecole forma un corpo, o, più attinente al nostro discorso, come una pagina nasce, e non per caso sono una diversa dall’altra, dallo stesso mucchietto anonimo dei caratteri di piombo del tipografo.

Si può allora guardare all’opera con differente metodologia e intento:

- nella sua sintesi strutturale

- in una prima segmentazione a blocchi omogenei raccolti per soggetti o cronologie

- nella sua destrutturazione, con l’intento di un’intensificazione espressiva di ogni parte, accettandone il ventaglio dei modelli, la varietà delle strategie creative, la pluralità degli encodages.

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

 

È in quest’ultimo modo che solitamente ci si accosta a una mostra; ma è il primo, la visione d’insieme, che ce ne darà (nell’ordine) il senso, l’impressione, il ricordo. E l’opera di Chen Li, superando questa metodologia di analisi, completa e solida nei capitoli, autorevole spesso nelle singole parti, rivela una traiettoria foriera di potenzialità, tuttavia (a noi s’intende, che lei sa bene dove parare) imprevedibili e nebulose.

Ed ecco il perché di questa lettura.

Il cammino che ha inizio dalle esperienze calligrafiche la porta attraverso l’esplicitazione di un’innata eleganza, frenata a volte dalle esigenze compositive oppure libera nella conquista dello spazio nell’ebbrezza gestuale, nella grazia della voluta, nella robustezza della macchia, alla piena consapevolezza delle sue possibilità. La gabbia del rigo, della sezione aurea del foglio, della fortezza inespugnabile ai non eletti del perimetro a lati paralleli, cittadella esclusiva della parola, le dà sicurezza. All’interno del crogiuolo compositivo Chen Li sa di essere regina, di non poter mettere il piede (la penna) in fallo. Che il supporto primario che fu la carta si trasformi col tempo nella tela, non importa, così come l’indagine nelle culture vecchie e nuove che l’incuriosiscono, la scoperta dei modi differenti di intendere l’afflato poetico, contemplativo o descrittivo, filosofeggiante o zen, romantico e lacerante, sognante e lieve, realistico e crudele. Sposa Oriente ed Occidente, ne interpreta l’unione – il diverso modo di intendere la prospettiva, bidimensionale con sviluppo nell’altezza, tridimensionale con soluzione nella profondità – in modo mirabile. Sconfina a piacere tra segno e colore, lettera e macchia; taglia in diagonale gli spazi, distribuisce pesi e tonalità; gioca con i ritmi, che bilancia in equilibri sospesi come il fiato di chi guarda, stupisce, e capisce.

 

L’ornato della linea si fa punto e cuneo, pittogramma e arabesco, efflato poetico e labirintico diario di bicromie chiosate da note rosse, nere e gessose. Lacca e sangue, neve sulla neve.

È un estetismo raffinato che supera la realtà, nell’esaltazione dell’idea e della figura (la parola e l’immagine); nella ricerca continua della perfezione della dizione; lo sforzo dello scavare e del depositare, dell’impasto e del riporto; la sperimentazione dei materiali: lucidi opachi trasparenti assorbenti rigidi flessuosi... nel rispetto della conoscenza, della tradizione e della materia, della legge – quella mediata dallo spirito, aliena da fondamentalismi manichei (il tiranno va ucciso) –, che accetta la nuova via che l’intelletto svela operando dall’interno, in sintonia col mutare del tempo e dei tempi.

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Sapeva Gino Gorza il concetto leonardiano di punto e di linea (di cenno e di configurazione): «Il punto è istante, la linea quantità di tempo». Chen Li costruisce le parole con la linea per fissare la dimensione di un’idea, imprigiona il tempo dandogli forma, compone isole come racconti, danza figure illusorie col dedaleo artifizio dell’immagine ideografica. In una dialettica che porta all’identificazione di due differenti teatri di svolgimento, l’affermazione dell’idea e l’emozione dell’ideogramma.

Con gusto scaltrito da secoli di meditazione che si condensano nell’emozione del gesto. Nel virtuosismo di un colore-non colore che diventa brillio, nella libertà che beffa il pretesto illustrativo o decorativo. Con la coscienza di essere nel coro la voce inconfondibile, quella che pretende l’eco nel gioco delle parti.

 

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Nell’ultima fase del suo lavoro, subentra non improvvisa né imprevista, ma a tratti stridente (non necessaria?) la varietà eccessiva dei linguaggi, la curiosità del mondo che intravede (di cui è affascinata dalle possibilità espressive) oltre il piano del supporto.

Chen Li sceglie di andare “Through the Looking-Glass”, oltre lo specchio, saggiando un universo nuovo. Nell’ebbrezza del vincolo che si è dissolto, della legge che si lascia trasgredire, dell’esaltazione del diverso.

Anche l’arte ha un suo lato oscuro. «Mi piace pensare all’arte come a un gioco in cui verità e perversione possono coesistere liberamente», scrive per gli ultime opere, foto digitali su tela, tele accoppiate a plexiglas con testi poetici.

Prova anche, e persegue con originalità e successo, il linguaggio promiscuo dell’installazione.

Calligrafia a pennino a più colori di Chen Li, 2005

Presso l’Archivio Storico Olivetti presenta “Women - Donne”, parole per progettare: 20 elementi in gesso che raffigurano una scarpa femminile con il tacco, fissate ognuna su un piedistallo, disposte a simboleggiare un percorso. Su ogni elemento, per ciascun passo della progettazione, c’è un’iscrizione, una parola tratta da testi di Italo Calvino e di Bruno Munari che rappresenta un valore. Eccoli: leggerezza-rapidità-esattezza-visibilità-molteplicità-inizio-fine-conoscenza-forma-pensiero-linguaggio-ambiguità-gioco-indipendenza-messaggio-movimento-struttura-texture-modulo.

La scrittura è diventata corollario, relegata in posizione di rincalzo, quasi a spiegare, o ribadire, un significato.

Ma il significato è altrove.

L’eleganza rimane somma, ma la materia inerte ha preso il sopravvento.

Nell’eccesso mediatico, autentico tsunami globalizzante, l’Occidente che ha venduto la poesia e dimenticato i sogni, che ha bisogno dell’esasperazione della realtà, degli effetti speciali dello spettacolo, ha forse contagiato anche l’ultima anima virtuosa?

 

Gianfranco Schialvino - luglio 2011

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