Self-censorship / autocensura
il lavoro esposto negli spazi di En Plein Air, Baudenasca, Pinerolo è un lavoro sulla censura. In particolare sull’autocensura. Il lavoro, il nostro lavoro artistico ma ogni tipo di lavoro è soggetto a una autocensura. Per renderci più gradevoli, più vendibili, più giusti per il mercato. Talvolta ci nascondiamo dietro a uno stile precostituito che ci rende riconoscibili. Critici, curatori, galleristi, il sistema impone delle regole, le regole del nostro lavoro. Per far parte di questo sistema ci tocca autocensurare una parte di noi, a volte quella che consideriamo la più importante: la nostra sperimentazione, il nostro andare avanti in una direzione apparentemente sconosciuta.
L’autocensura diventa allora uno stile di vita. In questo lavoro la censura viene esaltata come unico elemento possibile per il lavoro, la censura diventa il lavoro stesso. Il non mostrare diventa il lavoro, come il non lavorare è il protagonista delle nostre conversazioni legate all’attualità mondiale.
Non più l’immagine, ma la negazione della stessa è l’opera. Non più l’apparire, ma il nascondere. L’autocensura diventa parte integrante del processo creativo, c’è e ne approfittiamo. Nascondere tutto per far passare un unico messaggio, ancora una volta visivo.
Il lavoro consiste in una cornice e una parete di pluriball che sarà posizionata in modo che i visitatori possano guardare attraverso i volti di altri visitatori. Chi guarda diventa l’opera a sua volta e non saprà quanto di se stesso passa attraverso il filtro. potrà immaginarlo osservando gli altri dall’altro lato.
La trama del pluriball non nasconde abbastanza, anzi distorce la realtà mostrandone la faccia più autentica. Possiamo accettare quella porzione di realtà che filtra attraverso le maglie della censura. Questo è il nostro contributo più sincero al pubblico, pur attraverso il sistema o i complicati meccanismi del mondo del lavoro.
Dopo sei mesi di lavoro con il gruppo autocensura di Torino, ho pensato come ampliare i limiti del lavoro attraverso l’abolizione o la non abolizione dell’autocensura. Questo lavoro è frutto di questa esperienza.
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installazione e quadro al
SOMS Museo Civico Etnografico di Pinerolo via Brignone 3
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Scampia Surprise
30x30 cm
tecnica: assemblaggio di ferro e carta su legno; colla
anno: 2010
autore: Chen Li
Altra opera sul tema dell’autocensura. Scampia, un quartiere dormitorio di Napoli, 80 mila abitanti. Ma potrebbe essere un qualunque quartiere dormitorio di una qualunque grande città. Con problemi sociali e di legalità, qui accettati come normalità. Lavorare nell’illegalità è la norma.
Da un rigattiere per strada nel quartiere ho trovato la carta braille e sempre per strada, nella monnezza ho trovato sia il pezzo di ferro sia il legno del supporto del lavoro.
La carta braille indica una visione censurata della realtà, altrimenti inaccettabile (le montagne di rifiuti per le strade, lo spaccio di fianco alla propria casa, i bambini che giocano in strada in mezzo a pericoli di qualunque tipo). Cos’è la normalità? Forse qui è la sopravvivenza e il mantenimento di un livello di dignità che va oltre l’apparenza.
L’autocensura delle coscienze è l’autocensura di un desiderio altro. La sorpresa è trovare elementi preziosi che raccontano una storia di bellezza e di desideri nascosta da un codice illeggibile.
Il giardino di Scampia
L’installazione a terra di cui ti ho mandato la foto è in plastica
è il giardino di tranquillità e di oasi che gli abitanti di Scampia pensano di avere. Isolati dal resto della città, vivono in una sorta di limbo dove la normalità non ha definizione.
Lavorare nell’illegalità è un fatto normale per la sopravvivenza. La scelta della legalità è difficile e viene per questo censurata. La perfezione è però apparente, finta, di plastica, e porta con sé una sua bellezza formale e tranquilla.
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